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Software in azienda, strumenti sempre più indispensabili

La digitalizzazione porta benefici al proprio business: ne sono convinte, sempre di più, le aziende italiane, stando a quanto emerge dal sondaggio realizzato dalla Scuola dell’Innovazione di Talent Garden, Cisco Italia, Enel e Intesa Sanpaolo, con il supporto dei ricercatori del Master in Digital Transformation per il Made in Italy, che ha intervistato un campione di 500 imprese con un fatturato non superiore ai 50 milioni di euro per scoprire il loro rapporto con la tecnologia.

Imprese italiane più tecnologiche

I risultati sono decisamente interessanti e offrono un quadro ottimistico per lo stato di salute dell’industria nazionale: il 67 per cento del campione è convinto che l’innovazione impatti sull’acquisizione di un vantaggio competitivo, per il 49 per cento ha effetti sull’aumento della produttività, per il 48 per cento sul miglioramento della qualità percepita dai clienti e per il 47 per cento sulla qualità interna del lavoro.

La digitalizzazione spinge il business

La seconda edizione della ricerca nazionale sullo stato di digitalizzazione nazionale mette in risalto anche che le Pmi italiane sono pronte a metter mano al “portafogli” e aumentare la quota di investimenti in settori produttivi, e in particolare per Cloudcomputing, Internet of Things, Machine Learning e Blockchain, a riprova di una crescente consapevolezza tra le imprese dell’importanza e degli effetti positivi che la digitalizzazione genera sul business. Allo stesso tempo, aumenta la diffusione dei sistemi tecnologici per la gestione delle attività, favorita anche dall’aumento delle proposte sul mercato, senza però dimenticare, come spiegato anche dal blog di Danea, che il miglior software gestionale in assoluto non esiste, perché ogni strumento è valido quando risponde alle esigenze dell’impresa (e ovviamente quando ben utilizzato).

Attenzione alle licenze!

In tema software, però, c’è anche una importante annotazione che arriva da BSA e IDC, che hanno rivelato che le imprese italiane mettono in atto un comportamento poco “legale” quando si parla di licenze. Per la precisione, esistono ancora troppi software privi di licenza in tutti i settori industriali (ma soprattutto presso le aziende IT, le società di vendita e le imprese manifatturiere, che superano di poco le “attitudini” di aziende grafiche, pubblicitarie e degli studi di architettura), con conseguenze rischiose sotto vari punti di vista.

Un problema che costa 1,3 milioni di euro all’anno

Il primo dato che salta all’occhio è quello del costo per sanare la violazione: soltanto nel 2017, le PMI italiane hanno pagato oltre 1,3 milioni di euro dopo che è stata scoperta la loro infrazione del copyright dei software, con un costo medio per le aziende di 56.700 euro, che includono il risarcimento danni e il costo delle licenze. Oltre al mero problema economico, poi, ci sono altri fattori che possono essere anche più salati, come quelli legati ai costi legali e alle altre spese indirette, vale a dire la gestione dell’operatività del business, il danno reputazionale e l’impatto economico dell’acquisto inatteso di software, senza trascurare la possibilità di una correlazione diretta tra l’utilizzo di software privi di licenza e le infezioni malware.

Non solo danni economici

“Il corretto utilizzo del software all’interno di un’organizzazione è senza dubbio un grosso vantaggio sia in termini di sicurezza che di ottimizzazione dei costi. Spesso, l’utilizzo di software privi di licenza non è il frutto di azioni deliberate di pirateria ma di una gestione non responsabile dei software stessi”, spiega Paolo Valcher, Chairman BSA Italia, che poi conclude con un pensiero più ottimistico: “c’è comunque una sempre maggiore attenzione da parte delle PMI italiane nell’implementare processi interni di Software Asset Management, e quindi una significativa consapevolezza dell’importanza di una corretta adozione delle tecnologie e della loro costante gestione, come qualunque altro asset aziendale di valore”.

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